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Caline Dalberto nel suo studio in Guadeloupe, 2022
Caline Dalberto nel suo studio in Guadeloupe, 2022

Caline Dalberto è nata e cresciuta in Madagascar e si è formata come artista tra Francia, Guadalupa e Italia, dove oggi vive e lavora.
Il suo stile evoca un senso di ribellione e di nostalgia senza tempo, soprattutto per il Madagascar — la terra che fu costretta a lasciare durante l’adolescenza. Quella partenza, fisica ed emotiva, resta un filo centrale nella sua espressione artistica.

Per Caline la pittura è un atto fisico di liberazione, un’urgenza di riconnettersi con i paesaggi interiori che continuano ad abitarla. Per questo, il suo lavoro viene spesso percepito come crudo, viscerale e a tratti animistico — un’eco della dimensione terrena e spirituale degli ambienti che hanno plasmato le sue prime percezioni del mondo.

Caline ha tenuto diverse mostre personali in Italia, in particolare nella zona del Lago di Como, dove la sua opera continua a essere esposta.

Le Pain de sucre (2010) smalto su tela, 100x100 cm
Les Rayons du Sacré

Biografia

Sono nata il 3 dicembre in un ospedale miliare a Diégo Suarez, nel Nord del Madagascar.
La mia città natale sorge sulla baia più grande del mondo. All’epoca la più grande base militare dell’Oceano Indiano. Per questo le truppe alleate scatenarono una battaglia per conquistarla e impedire all’Impero giapponese di impadronirsene.
Sono nata nel periodo caldo umido, la stagione delle piogge e dei cicloni durante l’estate australe. Sono nata il 3 dicembre.

La mia infanzia è stata segnata da contrasti intensi: la dolcezza e la violenza del clima si intrecciavano con la serenità del popolo malgascio. La cultura animista, i balli tribali, i canti e i luoghi sacri, i “Fady”, mi hanno accolto e si sono radicati nel mio essere. E poi gli animali: i lemuri, i camaleonti, i coccodrilli, i fossa. I frutti tropicali riempivano il mio palato. Tutto questo fa parte di me.

Il popolo malgascio non conosce il Tempo: la vita non ha il valore di un futuro. Si muore per un niente, perché la terra offre poco e nulla si può accumulare. Nascita e morte si equivalgono: tutto è scritto nel destino.

Eppure, tra il culto dei morti e la rinascita, la vita pulsa con la sua propria saggezza. Perché, allora, preoccuparsi?

Mia madre apparteneva a una famiglia aristocratica normanna. Suo padre, ingegnere agronomo, era in Madagascar per specializzarsi nelle piante tropicali. Suo cugino, Robert Esnault-Pelterie, ingegnere e pioniere dell’aeronautica, inventò la cloche: un piccolo gesto per il mondo, ma tanto da meritare che un cratere sulla Luna portasse il suo nome.

Mio nonno materno, Raymond Esnault, arrivò in Madagascar a 28 anni e si sposò con mia nonna, di origine basca. Fu a Sambava, nella zona di coltivazione della vaniglia, che nacque mia madre.

Mio padre, di padre piemontese e madre réunionnaise, era alto, austero ed elegante. Suo padre, Eugenio, nel 1902 fondò “Le Comptoir Eugène Dalberto” e, insieme ai Maréchal Gallieni e Joffre, contribuì alle infrastrutture di Diégo-Suarez.

A quell’epoca Diégo-Suarez viveva la sua stagione dorata: le Marine militari di tre nazioni si incrociavano nel porto, tra vascelli, marinai, alti gradi e diplomatici. Le serate di gala al Circolo della Marina illuminavano la città. Fu lì che nonno Eugenio incontrò mia nonna, Léonie Robert, una bella creola nata a Saint-Benoît de la Réunion. Léonie era di lignaggio nobile, con tracce di métissage nel sangue — le stesse che scorrono anche nel mio. Ebbero quattro figli. Mio padre, dalla pelle scura e dai tratti indiani, durante la seconda guerra mondiale venne catturato dagli Inglesi e confinato in Namibia, in un campo destinato ai prigionieri africani. Sento di aver attraversato una vita intensa e interessante.
Raymond Esnault
Raymond Esnault
Léonie Robert
Léonie Robert
La baie de Diégo Suarez e "Le Pain de Sucre" - "Nosy Lonja"
La baie de Diégo Suarez e "Le Pain de Sucre" - "Nosy Lonja"

Nei tropici c’era tanta bellezza: la natura, tutto ciò che mi circondava era una tavolozza di colori. Ero impregnata di profumi, odori, di poesie — un sogno immerso in una realtà durissima. Ed è questo che mi ha formata.
Lasciare la mia terra è stato devastante. Non passa giorno senza che il mio sguardo, dentro di me, non si posi sulla bellezza del Pan di Zucchero, montagna sacra Fady, nella baia di Diégo. Penso a lei, il suo vero nome Nosy Lonja, luogo santo e rispettato: nessuno può avvicinarsi, sopra quella montagna riposa un Re. Penso ad Anivorano, al Lago Sacro popolato di coccodrilli, luogo di antichi sacrifici rituali. Ricordo la caccia al calare del giorno, sulla spiaggia, per colpire i granchi che sarebbero diventati una buona zuppa. E quei tramonti così belli che avresti voluto morire con loro, per rinascere il giorno dopo, con un’alba talmente luminosa da promettere un giorno fiabesco.

So solo che, nonostante gli anni trascorsi e i tanti Paesi in cui ho vissuto — anche i quattro anni in Guadeloupe e Saint-Martin, dove mi sono sentita a casa — io appartengo alla terra dove mia madre ha lasciato la placenta, come dice il proverbio malgascio. Il mio cuore è là. Dipingo la mia sofferenza, la lontananza da quell’isola in mezzo all’Oceano Indiano dove è nata la mia essenza.